Genova - Capitolo al-Baqara del Corano. Il versetto 168 si apre con un’invocazione: “O uomini, mangiate ciò che è lecito e sano”. Istruzioni precise spiegano cosa è halal e dunque può essere consumato dai fedeli e cosa invece è haram, ovvero illecito. E così il mercato alimentare mondiale si è adeguato al precetto religioso, creando l’universo della cucina halal, che abbraccia tutti gli alimenti permessi dalla legge islamica. Una realtà che si è ormai trasformata in un vero e proprio brand di enorme successo:

il mercato halal a livello globale arriva a tremila miliardi di euro l’anno, con previsioni di crescita del 20% annuo. Già oggi due miliardi di persone in tutto il mondo scelgono il cibo che rispetta i precetti coranici, in Europa sono 35 milioni di cui 4 solo in Italia. Per questo il mondo halal si è dato appuntamento oggi e domani a Milano per il “World Halal Food Council”, l’incontro annuale per affrontare il tema delle regole comuni nella certificazione, tra sfide e opportunità di sviluppo nel vecchio continente. Un evento mondiale che, per la prima volta, arriva in Italia. «D’altra parte l’Halal International authority, l’organismo deputato a certificare i prodotti rispettosi della religione coranica, è approdato in Italia da meno di tre anni» spiega Sharif Lorenzini, presidente dell’associazione nel nostro paese «eppure le potenzialità di crescita del settore sono enormi, visto che sono appena 130 le imprese italiane che oggi vantano la certificazione».

Tutti prodotti Halal, infatti, devono essere garantiti per origine, lavorazione e tracciabilità. Un meccanismo complicato, che deve affrontare tanti ostacoli culturali e normativi, a partire dai regolamenti europei sull’etichettatura, che contraddicono le regole del Corano. «Prendiamo la carne» prosegue Lorenzini «noi crediamo che lo stordimento degli animali con il gas, che deve precedere il macello secondo le norme UE, sia un metodo violento verso gli animali e nocivo per la salute dell’uomo». Per questo motivo i consumatori halal preferiscono i prodotti importati da paesi extraeuropei. «Molti stati musulmani, dall’Indonesia alla Malesia, non importano più prodotti dall’Europa» dice Lorenzini «ma gli esempi virtuosi per superare questa diffidenza non mancano: Brasile e Australia, ad esempio, hanno convertito le industrie locali secondo gli standard halal, creando nuove opportunità economiche».

Quali sono i requisiti di un prodotto halal? «Genuinità, rintracciabilità della filiera e trasparenza dell’etica aziendale» spiega l’esperto «ed è necessario verificare che fra gli ingredienti non siano presenti sostanze proibite dal codice alimentare islamico, come quelle di origine animale e alcoliche». Per questo servono attenti controlli, e ogni prodotto viene classificato in base al rischio. «Per la carne, ad esempio, è indispensabile la presenza di un supervisore a ogni macellazione da certificare. Il macellatore deve essere un musulmano credente e osservante e tutto l’ambiente, compreso l’abbigliamento degli operatori, sanificato». Se il prodotto è a basso rischio, invece, basta una visita annuale in azienda per verificare le fasi di produzione e le prove di rintracciabilità di filiera. La merce, a questo punto, viene spedita ai canali di distribuzione, «l’anello più debole della catena» secondo Lorenzini. In Italia, infatti, non esistono ancora punti vendita certificati e personale formato adeguatamente. Così, se sullo stesso tagliere vengono tagliati due pezzi di carne, uno halal e uno no, il primo perde la sua qualifica. E non mancano le certificazioni fasulle: in Italia esistono diversi enti non riconosciuti, che rilasciano certificati senza averne facoltà. Ma quali sono dunque i cibi permessi?

«È il Corano a fornire alcune indicazioni» dice Ifa Benassi, responsabile qualità dell’ente di certificazione Halal Italia, legato alla Comunità religiosa islamica italiana. «Ci sono quattro categorie principali di alimenti che non possono essere consumati, oltre alle bevande alcoliche: la carne suina, il sangue animale, le bestie morte e che non sono state sacrificate ritualmente».

La macellazione rituale, infatti, è un elemento indispensabile nella dieta dei musulmani. «Si pronuncia il nome di Dio con una preghiera in arabo prima di macellare l’animale» spiega Benassi. D’altra parte la parola “halal” per un musulmano non riguarda solo il cibo, ma tutta la vita quotidiana. «Significa “ciò che è permesso secondo Dio”» conclude l’esperto «e non è una questione giuridica o legalitaria: è un atto di fede».

PROMOZIONE COMMERCIALE

Scopri 3 promozioni valide fino al 31/08/2021 per la certificazione dei tuoi prodotti

Continua