SVILUPPO MONDIALE E EUROPEO  DELLA FINANZA ISLAMICA:   L’ITALIA E’ DENTRO O FUORI?

La finanza islamica rappresenta un fenomeno in crescita nei paesi a matrice musulmana, in molti è l'unico sistema finanziario presente, in altri si pone come valida alternativa alla finanza convenzionale di stampo anglosassone e, in Europa, si sta affermando con esperienze positive in UK, Germania e Svizzera.

L'Italia era partita bene nel 2007 con la firma di un memorandum d’intenti  tra l'Abi, l’associazione bancaria italiana e l'Ubae, la lega delle banche arabe per aumentare i flussi informativi e relazionali, ma da quella data a oggi poco e nulla è stato fatto nel panorama italiano.

Secondo le stime di alcuni istituti bancari italiani l'ammontare di clienti oggi disponibile si basa su 1,3 milioni di individui con una stima di crescita che vedrebbe raddoppiare le presenze da qui al 2050 con ricavi potenziali per quasi 1 miliardo di euro e una raccolta complessiva che si attesterebbe sui 26 miliardi nel 2050.

Oggi, i musulmani presenti nel nostro Paese, quelli di prima generazione per intenderci, necessitano di bisogni finanziari primari legati soprattutto alle rimesse e agli strumenti di pagamento ma, le seconde generazioni sembrano più  propense a investire e avviare iniziative imprenditoriali che richiedono esigenze diverse. La mancata riconoscibilità della comunità islamica all'interno del nostro ordinamento giuridico ci vede fuori ad esempio dalla raccolta della Zakat, la tassa spirituale islamica, che potrebbe sostenere i piani di sviluppo di molte associazioni e Onlus italiane.

La vicinanza geografica dell'Italia ai paesi africani e del Medio Oriente permetterebbe ad eventuali istituti finanziari islamici in Italia, di intercettare la liquidità di questi paesi.

I limiti tecnici,  per l'avvio di un’esperienza finanziaria islamica nel nostro ordinamento sono soprattutto tre: il principio di separatezza tra banca e impresa in sede di applicazione del pls ( profit and loss sharing), lo schema di raccolta e impiego che nel nostro ordinamento prevede l'obbligo di rimborso come sancito dall'art. 11 del Tub e il riconoscimento di un organo nuovo, quello del comitato della Sharia, all'interno della governance bancaria.

Altri limiti, in seno all’applicazione pratica di alcuni prodotti finanziari, sono superabili come l’esperienza anglosassone insegna  e il dibattito è sicuramente aperto per quanto concerne l’integrazione dei popoli, le diffidenze culturali e la diversità di usi e costumi.

Oggi, lo sviluppo di prodotti finanziari islamici in Europa è in mano a banche europee e a islamic windows di banche islamiche a ridosso dei nostri confini. Anche se il nostro listino di Borsa prevede quasi 30 società che rappresentato un business in linea coi principi di condotta della Sharia , nessuna di queste ha ancora emesso un sukuk in un mercato, quello italiano, che ha fame di infrastrutture.

L'utilizzo del passaporto bancario che permette ad un ente bancario autorizzato in un paese europeo di offrire prodotti in tutta l'unione Europea senza la necessità di disporre di autorizzazione separata sembra una valida alternativa in termini operativi.

La situazione attuale vede sicuramente persistere difficoltà evidenti da parte del nostro sistema bancario, soprattutto con un modello di intermediazione del credito basato su principi di natura religiosa.

L'interesse sta crescendo però  e l'attenzione è volta a risolvere le questioni interpretative a livello civilistico come la tutela dei depositi e sulla qualificazione giuridica/fiscale delle attività islamiche.

Sicuramente i fallimenti del comunismo e la continua crisi del capitalismo potrebbero aprire il varco per una via alternativa, legata a vincoli etici e all'equa ripartizione dei guadagni e dei rischi.

Luigi Santovito

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